Non é proprio una lettura estiva, comprendo, ma essendo stata un pò di giorni al mare e impossibilitata da un piccolo infortunio a camminare, mi sono completamente persa dentro questo racconto. E' stato strano, devo dire, entrare dentro un campo di concentramento ebreo stando sdraiata sotto un albero in giardino, a godermi il silenzio, il vento e l'ombra. Mi sono appassionata e immedesimata dentro la storia di questa bambina e a tutto il dolore che lei e gli altri hanno dovuto sopportare e soffrire. Purtroppo, non resisto. E' più forte di me. Vorrei quanto mi é possibile capire, comprendere, indagare, sondare il come e il perché degli uomini e delle donne possano arrivare a tanta indifferenza verso il dolore, odio e torture verso bambini che fino a ieri erano a scuola con i tuoi figli. Non riesco a capire le guerre, non riesco a comprendere come padri di famiglia possano coccolare un figlio e il giorno dopo farne entrare uno dentro una camera a gas, o strapparli ai genitori, senza guardare e vedere il dolore di quelli occhi che non capiscono e che vorrebbero solo stare vicino ai genitori anche se il destino fosse la morte. Quando posso leggo libri sull'olocausto perché non voglio far finta di ...voglio sapere, voglio leggere, voglio che il dolore entri dentro di me, perché ogni volta entro dentro storie e racconti di verità così atroci da non poter immaginare e da non poter essere raccontati.
Ci sono cose che ci fanno molto male e in verità io non riesco a leggere tutto, ma su questo periodo storico ormai da molti anni leggo libri di testimonianze. E ogni volta i brividi scendono sulla mia schiena e sulla mia pelle.
ZAKHOR, AL TICHKAH, “RICORDA, NON DIMENTICARE MAI”: SONO LE PAROLE IN EBRAICO che Chirac pronunciò nel discorso per la commemorazione del sessantesimo anniversario di quanto era successo il 16 luglio 1942 al Vélodrome d’Hiver, a Parigi: migliaia di famiglie ebree vi erano state rinchiuse prima di essere mandate alla morte nei famigerati campi di sterminio. In una condizione già vicino alla morte, nel caldo soffocante dell’estate, senza cibo né acqua, senza servizi igienici, un affollamento incredibile.
Molti si erano suicidati, prima che il peggio avvenisse, prima della lacerante separazione dei bambini dalle madri, queste inviate negli altri campi di transito, quelli rimasti con i pannolini sporchi e i visetti rigati di lacrime, lattanti e bambini che sapevano a mala pena camminare affidati ad altri solo un poco più grandi di loro. E’ questo nero capitolo di storia francese che viene ricordato nel romanzo di Tatiana De Rosnay, anche se ci si domanda se quel monito, Non dimenticare mai, possa essere imposto a chi non vuole sapere e men che meno ricordare. In Francia come in Italia, perché è duro ammettere che “i cattivi” non erano solo i tedeschi, che li abbiamo aiutati nella loro fantastica organizzazione dello sterminio.
Per metà del romanzo si alternano i capitoli in cui la protagonista è “la bambina” che ha vissuto nel 1942 e quelli dove la voce narrante è Julia, una giornalista americana sposata con un francese; i due racconti diventano poi uno solo quando il coinvolgimento di Julia diventa totale, dopo le ricerche fatte per scrivere un articolo sull’anniversario del rastrellamento.
Quel 16 luglio in cui la bambina era stata portata al Vél d’Hiv insieme al padre e alla madre, il fratellino si era nascosto dentro l’armadio a muro dei loro giochi e la bambina lo aveva chiuso dentro a chiave, sicura che sarebbe tornata prestissimo a liberarlo. Poi l’orrore- Sarah era stata separata dai genitori, portata al campo di Beaune-la-Rolande. Quando era riuscita a fuggire e a tornare a Parigi, aiutata da una vecchia coppia di contadini, era troppo tardi.
Questi sono gli eventi da non dimenticare mai, la crudeltà, gli sguardi indifferenti, le delazioni, la trasformazione in nemico estraneo di chi ci è stato amico. E per fortuna anche qualche soprassalto di coscienza, qualche cuore generoso. Tuttavia anche la storia che avviene nel presente è importante nel romanzo, anzi essenziale, ed occorreva un personaggio che veniva da lontano per inquadrare il passato in prospettiva. Perché la famiglia Tezac in cui l’americaine è entrata a far parte si era trasferita senza problemi nell’appartamento lasciato libero dalla famiglia di Sarah, ma non era rimasta indifferente allo strazio della bambina che aveva bussato alla loro porta e si era addossata la colpa della morte del fratellino. Come se avesse potuto avere una sorte diversa al Vel d’Hiv!
Le meccaniche famigliari sono complesse, così come lo sono quelle di coppia- a sessant’anni di distanza c’è chi si tormenta ancora e vorrebbe ritrovare la bambina di allora e c’è chi non vuole sapere niente; l’inaspettata notizia che Julia aspetta un bambino farà scoppiare una crisi, ma l’aver letto migliaia di nomi di bambini sulle lapidi rende del tutto impossibile a Julia un aborto.
Ci sono molti spunti di riflessione nel libro della De Rosnay, non da ultimo che spesso la vita può sembrare un romanzo. E se a volte il romanzo e la vita sfiorano il melodramma, è ugualmente importante non dimenticare mai.
Tatiana De Rosnay, La chiave di Sarah, Ed. Mondadori, trad. Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese, pagg. 318, Euro 17,50